E’ uscito solo pochi giorni fa nelle sale (giovedì 22 dicembre, alla vigilia di Natale), ma in una manciata di giorni appena ha conquistato il podio come “terzo film più visto in Italia nei giorni festivi”. In cima al gradimento degli italiani. Le otto montagne, scritto e diretto da Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch e tratto dall’omonimo libro di successo di Paolo Cognetti, ha sbaragliato la concorrenza in modo inaspettato, guadagnandosi il podio dietro a un kolossal come Avatar 2 (imparagonabile non solo per trama, ma per investimenti e marketing investiti) e al film di natale Il Grande Giorno che porta la firma di Aldo, Giovanni e Giacomo.

Dove risiede, a nostro parere, il segreto di questo successo?

Partiamo da una premessa. Chi vi scrive ha avuto modo di apprezzare il libro e il film. Da amante della montagna, però, oltre alla storia umana, l’aspetto più apprezzato e apprezzabile è il modo con cui viene messa in scena la natura, nei suoi tratti concreti, che mostrano il profilo delle montagne, i fiumi, i laghi, i boschi. I due registi, che sono una coppia anche nella vita privata, hanno deciso di immergersi nelle atmosfere narrate nel libro, prima di girare, con un lavoro di preparazione avviato nel 2019 e poi con l’insediamento per mesi nella comunità di Brusson per le riprese. Questo sforzo emerge.

Ma non basta. I protagonisti del film – Bruno e Pietro – interpretati da Alessandro Borghi e Luca Marinelli, due attori che tornano insieme sullo schermo dopo Non essere cattivo, il film che li ha consacrati – rappresentano due modi diversi di vivere e avvicinarsi a questo ambiente. Bruno è cresciuto in montagna, questo territorio è la sua casa, luogo da cui non si allontana alla ricerca di un altrove. Pietro invece è il villeggiante estivo, cittadino, attratto dal valore dell’autenticità che Bruno rappresenta, anche e non solo per il legame alla natura e alla terra. Questa dicotomia fra chi la montagna la vive nel quotidiano e chi la frequenta e la ama, ma da un altro punto di vista, consente di mettere a fuoco uno dei messaggi cardine del film. La montagna non è solo uno spazio fisico. E’ uno stile di vita, una modalità di anima e di pensiero.

Perché il film Le Otto Montagne è un valore per la montagna

Presentato allo scorso Festival di Cannes e premiato dalla giuria, il film ha un valore che prescinde dal legame con il suo contenuto e si lega, in modo più saldo, alle questioni inerenti lo sviluppo del territorio. L’anteprima nazionale (dopo l’uscita in Belgio e Francia) è stata ad Aosta: scelta dal forte valore simbolico. In un’intervista rilasciata alla Rai, Simone Gandolfo, presidente della Film Commissione della Valle D’Aosta, ha parlato del lavoro svolto per il ritorno in valle sulle produzioni cinematografiche e stilando un bilancio degli ultimi due anni, ha spiegato come 29 produzioni a fronte di una spesa di 820mila euro abbiano generato un ricaduta diretta di 3,2 milioni per il territorio, cui si devono aggiungere almeno altri 3 milioni di ricadute indirette. Per il territorio, una boccata d’ossigeno importante. Che in futuro si spera possa toccare territori anche diversi da quelli della sola Valle D’Aosta e, con le dovute proporzioni e senza mai pregiudicare gli equilibri locali, portare valore e sviluppo anche in aree più interne o sconosciute dell’Italia.

Fuori dai conti delle produzioni cinematografiche, il fatto di portare con un lungometraggio d’autore e sul grande schermo la montagna, significa inoltre far parlare di questo ambiente. “C’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé.” Questa frase, presa in prestito con un notevole salto logico da Oscar Wilde, spiega bene il senso di ciò che vogliamo sostenere. La montagna ha bisogno che si parli di montagna. Solo il dibattito – anche se nasce fra le immagini di un film – può riportare valore laddove, per anni, troppo spesso si è smesso di parlare.

 

di Maria Chiara Voci